di Caterina Mascaretti
Genesi e contesto normativo di riferimento
In ambito sportivo, con il termine safeguarding si indica l’insieme delle misure dirette a prevenire e contrastare abusi, violenze, molestie, discriminazioni, bullismo, negligenza e ogni condotta idonea a compromettere la dignità, la salute o l’integrità fisica e psicologica degli atleti. La tutela riguarda tutti i tesserati, ma assume particolare rilievo nei confronti dei minori e delle persone in condizioni di vulnerabilità.
La figura del responsabile safeguarding nasce nel contesto della riforma dello sport: l’art. 33 del D.lgs. 36/2021 prevede la designazione di un responsabile della protezione dei minori da parte delle associazioni e società sportive, con funzioni di prevenzione degli abusi e di tutela dell’integrità fisica e morale dei giovani sportivi.
Il D.lgs. 39/2021 ha poi disciplinato il sistema dei modelli organizzativi e di controllo dell’attività sportiva e dei codici di condotta.
Le Federazioni Sportive Nazionali, le Discipline Sportive Associate, gli Enti di Promozione Sportiva e le Associazioni Benemerite devono adottare linee guida per la predisposizione di tali strumenti; le associazioni e società sportive affiliate devono adottare modelli organizzativi e di controllo (MOC o MOCAS) e codici conformi alle linee guida dell’ente di appartenenza. Il modello organizzativo deve basarsi su una reale valutazione del rischio (“Risk Assestment”) e deve tradursi in regole concrete per allenamenti, trasferte, pernottamenti, spogliatoi, trattamenti sanitari, comunicazioni digitali e gestione dei rapporti con i minori. Deve inoltre prevedere canali di segnalazione accessibili, tutela della riservatezza e misure contro ritorsioni o vittimizzazione secondaria.
L’inosservanza è soggetta alle sanzioni previste dall’ordinamento sportivo.
A livello federale opera il Safeguarding Officer, o il Safeguarding Office quando la funzione è affidata a un organo collegiale.
A livello delle singole associazioni e società sportive opera invece il Responsabile contro abusi, violenze e discriminazioni, che costituisce il primo punto di contatto per i tesserati.
La figura del Responsabile Safeguarding nelle ASD/SSD
A seguito della già citata riforma vige l’obbligo per le ASD/SSD di nominare un Responsabile contro gli abusi, le violenze e le discriminazioni dello sport, anche detto Responsabile Safeguarding, il quale avrà il compito di ricevere le segnalazioni, informare il referente federale, vigilare sull’applicazione del modello e del codice di condotta, promuovere la formazione e adottare le iniziative immediate necessarie a proteggere la persona esposta a rischio.
La procedura deve essere semplice: chi segnala dovrebbe poter indicare, per quanto possibile, cosa è accaduto, quando e dove, chi era presente e se esiste un pericolo attuale. Non è necessario che il segnalante compia una valutazione giuridica definitiva dei fatti.
I requisiti per chi viene nominato safeguarder
Ai sensi della normativa vigente non esiste una categoria specifica di soggetti idonei a ricoprire tale ruolo; la scelta, tuttavia, non è libera da vincoli sostanziali.
La persona nominata deve essere adeguatamente formata e capace di gestire informazioni delicate con autonomia, equilibrio e riservatezza.
Sono particolarmente importanti l’indipendenza dagli organi direttivi, l’assenza di conflitti di interesse, la capacità di comunicare con minori e adulti vulnerabili e una preparazione almeno interdisciplinare, che comprenda profili giuridici, organizzativi e relazionali.
È opportuno che il responsabile conosca le procedure dell’ente affiliante e partecipi ai corsi di formazione e aggiornamento previsti.
Un responsabile interno può conoscere meglio la realtà associativa e intervenire rapidamente; un responsabile esterno può offrire maggiori garanzie di terzietà: è dunque importante far sì che la scelta sia compiuta valutando concretamente dimensioni, struttura e rischi dell’organizzazione.
Quando l’attività comporta contatti diretti e regolari con minori, il datore di lavoro deve richiedere il certificato del casellario giudiziale previsto dall’art. 25-bis d.P.R. 313/2002.
Il certificato serve a verificare l’esistenza di condanne per specifici reati sessuali a danno di minori o di sanzioni interdittive, quale strumento per la selezione preventiva.
Le criticità applicative per le piccole realtà ASD/SSD
La ridotta disponibilità economica o la sovrapposizione dei ruoli in realtà molto piccole non elimina gli obblighi, ma impone l’adozione di soluzioni proporzionate e realistiche. Una piccola società può adottare un modello essenziale, costruito sui rischi effettivamente presenti, purché contenga regole chiare, contatti aggiornati, procedure conoscibili e responsabilità definite.
Può inoltre valutare accordi o servizi condivisi con altre società, con l’ente di affiliazione o con professionisti esterni, evitando però che la condivisione si traduca in un responsabile solo nominale o privo di tempo e strumenti.
Le aree più esposte sono spesso le trasferte, gli spogliatoi, gli allenamenti individuali, i trasporti, le comunicazioni private sui social e i trattamenti sanitari. Per ciascuna situazione occorrono protocolli semplici: evitare, quando possibile, l’isolamento tra adulto e minore; prevedere la presenza di più adulti nelle attività a rischio; disciplinare autorizzazioni e pernottamenti; limitare i contatti digitali personali; assicurare modalità rispettose della privacy durante visite e trattamenti.
Conclusioni
Il safeguarding non coincide con la sola nomina di un responsabile né con la pubblicazione di un documento sul sito della società, ma deve invece essere un sistema permanente, fatto di prevenzione, formazione, regole di comportamento, ascolto e risposta tempestiva.
Per le ASD e SSD la sfida consiste nel rendere effettivi gli obblighi, senza adottare e replicare modelli organizzativi inadeguati rispetto alle proprie dimensioni e alla propria struttura interna. La soluzione non è ridurre la tutela, ma costruire procedure semplici, applicabili e verificabili, chiedendo supporto all’ente affiliante quando mancano competenze interne o rivolgendosi a professionisti qualificati.
Dirigenti, tecnici e atleti condividono una responsabilità essenziale: contribuire a un ambiente nel quale il rispetto della persona venga prima del risultato sportivo.
Il safeguarding è certamente un obbligo giuridico, ma diventa efficace soltanto quando entra nella cultura quotidiana dello sport.